Pubblicato in: fede

2 novembre

2 novembre
foto presa da http://www.italianimondo.it/

Oggi è il giorno dove onoriamo i nostri defunti, dove volenti o nolenti per quanto si vuole nascondere, ci si pone la domanda sulla morte, il più grande mistero della vita. Si resta ammutoliti passando per i cimiteri, dove i fiori contornano le lapidi, i ceri illuminano le foto sbiadite, dove il silenzio assordante ci spinge prepotentemente a riflettere sul significato ultimo di questo passaggio.

Che senso ha vivere se poi alla fine si ritorna polvere? Che senso ha inseguire sogni, ritagliare il tempo per scrivere, se poi alla fine quel che resta di noi è solo un mazzo di fiori che col tempo appassirà vicino a una nostra foto?

Non ha senso, se alla fine c’è solo il decesso. È una perenne inquietudine, un pensiero che tormenta di continuo: l’ultima parola spetta davvero alla morte?

Questa cupa ombra che inizia ad accompagnarci nello stesso momento che iniziamo a vivere. Nasciamo per morire? Oppure è solo un altro passaggio naturale come quando siamo usciti dal grembo di nostra madre?

Se la morte davvero è l’ultima tappa, l’evoluzione dell’intelligenza umana, che ci ha portato a pensare, a inventare cose magnifiche e creare con il nostro ingegno opere d’arte immortali, è stata più una nostra condanna che un dono. Era meglio a questo punto non evolverci, vivere per istinto come fanno gli animali, che non hanno questa spada di Damocle sulla testa, di pensare al domani.

Eppure io credo che se l’uomo sia riuscito ad evolversi allo stadio in cui è, e a creare tutte le opere d’arte, a inventare la filosofia, a ricercare sempre il bello del creato, è perché, viene chiamato a qualcosa di grande, di così grande da dare lo scacco matto alla morte.

La stessa grandiosità della natura, insegna Sant’Agostino, ci mostra che per quanto sia così meravigliosa è pur sempre mutabile. Chi può averla creata se non una mano immutabile? Una mano che è sopra alla stessa natura, che è l’alfa e l’omega, il principio e il fine di tutto. Ma perché questa entità avrebbe dovuto creare un essere come l’uomo e sopratutto, perché dargli sadicamente questo fine ultimo che è la morte?

Se guardiamo il nostro essere umani, ci accorgiamo che dentro di noi c’è del buono. Noi riusciamo ad amare persone, riusciamo a donare conforto a chi ci sta accanto, proviamo compassione per chi soffre. E allora ritorna sant’Agostino: se l’uomo per quanto sia capace di sentimenti così grandiosi è pur sempre mutabile, chi può averlo creato se non un uomo immutabile?

Perché ho scritto uomo?

Perché per insegnare ad essere ciò che siamo, cioè uomini, per forza di cose deve esserci un altro uomo, e visto che abbiamo detto che è immutabile, si deduce che è un uomo-dio.

Un uomo-dio che per il fatto stesso del significato di amore che noi siamo capaci di provare, vuol dire che ci ha creati perché ci ama. Se quindi lui che è Dio ci ha creati per amore, può la morte essere l’ultima parola? No, perché andrebbe contro lo stesso significato della parola Dio, Dio non può morire se no che dio è?

Quando diciamo “ti amo” alla persona che ci è accanto, il messaggio che si vuole dare è “voglio che tu viva per sempre”, non è forse vero? E perciò se Dio ci ha creati perché ci ama, è lui stesso che ci dice questo. E chi se non un’entità che è superiore alla morte può fare in modo che noi possiamo essere eterni?

Ecco che l’ultima parola non ce l’ha la morte, ma l’amore.

E guarda che strano proprio quell’uomo-dio di cui stiamo parlando, quell’uomo-dio che con il suo esempio ha insegnato cosa è l’amore, il terzo giorno è risuscitato da morte. Vi rendete conto? L’amore sconfigge la morte!

E oggi, che commemoriamo i nostri defunti, possiamo rinnovare il nostro amore nei loro confronti sapendo per certo, che loro vivranno in eterno.

Autore:

Mi ritengo un sarto musicofilo scrittore ma nella realtà mi diletto con ago e filo, strimpello il basso elettrico e scrivo di tutto ciò che la fantasia mi suggerisce.

2 pensieri riguardo “2 novembre

  1. Trovo bellissimo e toccante questo messaggio che hai lasciato cadere con tanta delicatezza pur affrontando il dolore più violento dell’essere umano: la perdita di una persona amata e la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte.

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