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Un’omelia improvvisata.

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Bernini foto presa da wikipedia

«E io cosa dovrei dire? Ha già detto tutto la santa!»

«Come cosa deve dire? È il nuovo vice parroco perdiana dovrà pur presentarsi in qualche modo ai suoi fedeli, no? Io le ho proposto questa frase come riflessione veda lei quello che vuole dire!» tagliò corto il vecchio parroco lasciandolo solo con la sua omelia.

Don Gian Paolo Teresa poveretto era appena arrivato in quel piccolo paesino di montagna che contava, se andava bene, venti fedeli in tutto ma un migliaio di “fede” (pecore in bellunese ndA).

L’indomani avrebbe dovuto celebrare la sua prima messa che cadeva, per di più, nella festività di una nota santa.

Ci pensò tutta la notte, cercò nei vari tomi spirituali consiglio, ma nulla non gli veniva un accidenti di niente. Provò e riprovò un sacco di volte a scrivere un inizio di presentazione, un concetto che potesse riallacciarsi alla vita della Santa, ma l’unica cosa che non veniva cancellata in ogni foglio buttato nel cestino, era “ cari fratelli”… poi ci pensò su e si accorse che c’erano anche le sorelle in mezzo ai fratelli … alla fine decise di cancellare anche quella frase!

Alla fine esausto pregò Dio chiedendogli perdono per la sua inettitudine e si addormentò.

«Sveglia vice parroco! Ma sta ancora dormendo?» entrò nello studiolo il suo superiore. Poi vedendo tutte le varie carte appallottolate per terra, provò compassione. «Suvvia don Gian Paolo se proprio non se la sente di fare l’omelia, la faccio io, questa volta. Stia tranquillo che a tutti noi è capitato questo giorno,» disse bonariamente.

«Anche a lei don Guido? Mi par impossibile, la sua fama di gran oratore è conosciuta in tutto il Triveneto! Ma io ci ho pensato tutta la notte non so cosa dire,» rispose don Gian Paolo.

«Mi creda, io racconto solo quello che hanno già detto i santi prima di me. Né di più, né di meno! Dica quello che la Santa ha detto e cosa significa nella sua vita e il gioco è fatto. Ora però si muova fra dieci minuti inizia la santa messa!» concluse porgendogli il foglietto con la frase della Santa.

«Prendo il mio breviario e arrivo!» ma il suo angelo custode non gli fece prendere il breviario ma un altro libro che ci assomigliava parecchio, certo non di contenuto.

La messa seguitava spedita, per l’occasione avevano chiamato i giovani del coro della parrocchia di Auronzo di Cadore e il paesino era in gran festa; tutti aspettavano l’omelia del nuovo vice parroco e il momento tanto atteso arrivò!

«Cari fratelli e care sorelle,» disse con voce tremante aprendo veloce il suo breviario per cercar consiglio e lesse le prime righe che gli vennero sott’occhio «La nausea m’ha colto, mi son lasciato cadere sulla panca, non sapevo nemmeno più dove stavo; vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare, da quel momento la nausea non mi ha più lasciato, mi possiede.»

La platea di fedeli rimase ammutolita.

«Ecco avete sentito cosa diceva il grande…» chiuse il libercolo che teneva in mano per capire chi era l’autore e un brivido gelido gli scese giù per la schiena «… Jean Paul Sartre?»

Si girò, cercando aiuto nel parroco che seduto lo guardava strabuzzando gli occhi e poi gli fece segno di continuare. Era solo, doveva improvvisare. Pensò in fretta cercando dove appigliarsi e il suo sguardo si posò sul crocifisso.

Non era solo! Non era mai solo!

Si fermò, prese un gran respiro e iniziò a parlare.

«Ecco cari fratelli e sorelle cosa diceva il gran filosofo Sartre, cosa provava: l’orrore di esistere! Vi rendete conto? Provare orrore nell’esistenza!» disse calcando bene le parole. «Ma vedete, cari fratelli e sorelle, non tutti arrivano alle nostre conclusioni, chi siamo noi per metterci contro il pensiero di un illustre filosofo come Sartre? Egli cercò un tentativo di spiegare la condizione umana attraverso l’esistenza. E la sua conclusione, permettetemi se ve la mostro in modo riduttivo, era di non lasciarsi sopraffare dalla Nausea, ribellarsi verso l’assurdità dell’esistenza, riuscendo così a creare una nuova libertà e un nuovo modo di essere nel mondo. Ciascuno di noi, secondo il filosofo, è condannato a esistere, a pensare. Come riuscire a trovare l’autenticità dell’esistenza? Distruggendo la speranza! Si cari miei, la speranza che per Satre non è altro che cercare di sottrarsi dall’angoscia di vivere cercando un’illusione. Facendo così si oltrepassa il muro del conformismo e dell’indifferenza.»

la platea di fedeli ora alzava il sopracciglio guardando il prete con chiara perplessità.

«Sapete non è che credeva proprio in Dio il nostro caro filosofo, ed è qui che secondo me ha trovato l’inciampo. Riduttivo mi direte, ma cosa volete son sempre un prete,» disse sorridendo «ma perché mi sono chiesto provava questa angoscia nell’esistenza? Per lui l’uomo non ha nessuna sicurezza se non quella del suo agire con la consapevolezza che nessuno potrà mai conoscere gli esiti delle proprie azioni. Per questo la speranza viene vista come un elemento in cui l’uomo si rifugia e attribuisce i suoi insuccessi da un qualcosa di esterno. E se ci pensate, quante volte noi cristiani diamo la colpa a Dio su cose che ci succedono o non si realizzano? Di questo dobbiamo dare ragione a Sartre: l’uomo è l’unico responsabile delle sue azioni, visto che gli è stata donata la libertà di scelta, aggiungo io,» e prendendo un grosso respiro concluse, «Vedete il nostro comportamento errato porta le persone che sono alla ricerca della verità a queste conclusioni, noi cristiani dobbiamo essere luce e sale di questa terra agendo nel giusto modo per cui siamo stati creati. Mi chiederete, ma qual è il modo giusto? E qui vi rispondo con una frase della Santa che oggi festeggiamo: “La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se non ti avessero mai ferito, canta come se nessuno ti stesse sentendo e vivi come se il Paradiso fosse qui in terra” Santa Teresa di Calcutta.

Buona Domenica!

© 2017 Paolo Bua Corona

Porgi l’altra guancia?

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Il più bel gesto della pace!

«Proprio un bel cristiano te, ma la tua religione non dice di porgere l’altra guancia?» gli urlò inviperito il professorone visto che ora tutti sapevano di che pasta era fatto e alzandosi dalla seggiola cigolante se ne corse fuori dall’aula.

Un episodio successo tempo fa a scuola, dove, un ragazzetto tanto brutto quanto timido, all’ennesima provocazione del professorone letterato rispose ai suoi sberleffi anticlericali con una calma e pacatezza inaudita, mostrando a noi tutti l’ego fragile e ferito del suo carnefice.

Mi son sempre chiesto come può un dio chiedere di porgere l’altra guancia a una sua creatura. Che razza di dio può pretendere che l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, non si ribelli al male subìto?

Da bravo cercatore del vero, mi vado a informare sui tomi polverosi della biblioteca comunale e scopro una cosa alquanto bizzarra.

Ai tempi di Gesù, uno schiavo veniva colpito al volto dal suo padrone con il dorso della mano perché non c’era il rischio che si sporcasse la nobile mano.

Porgere l’altra guancia significava costringere il padrone a colpire con il palmo della mano il viso dello schiavo e perciò “sporcarsi”. Pensate un po’ che lo schiavo furbo, quando immaginava l’arrivo dello schiaffo, porgeva apposta l’altra guancia così che il padrone per non sporcarsi evitava la punizione… penso momentaneamente visto che poi prendeva la frusta!

Ma al giorno d’oggi cosa vuol dire porgere l’altra guancia?

Credo che il significato sia quello di impedire al male di prendere il sopravvento!

Tu mi dai uno schiaffo io ti porgo anche l’altra guancia cosicché, se vuoi continuare a colpirmi ti devi sporcare, devi mostrare a tutti apertamente la tua ostilità nei miei confronti. E siccome si sa che i carnefici la maggior parte delle volte sono vigliacchi, ecco che è la massima punizione che si può infliggergli.

Da una parte si mostra l’ego fragile dello sfortunato carnefice agli occhi del mondo, dall’altra, per grazia di Dio, c’è il ravvedimento del carnefice stesso.

Molte volte vedo che subendo un torto ci si nasconde volentieri all’ombra del fetido “buonismo” sbandierando la frase del porgere l’altra guancia come atto di fede.

Penso che un vero uomo ha il dovere di far cessare le ostilità, certo non con altra violenza che incattivisce ancora di più gli animi, ma denunciando e portando allo scoperto, senza ipocrisie, le ingiustizie che si subiscono.

Ecco che ancora una volta, questo Gesù ha mostrato la concretezza di essere uomini evoluti e lo dimostra non solo con una frase ma con un fatto concreto che si legge nei vangeli. Vi ricordate come ammonisce la guardia che gli tira uno schiaffo per farlo tacere?

«Se ho parlato male dimostrami dove è il male, ma se ho parlato bene perché mi percuoti?» Giovanni 18,19.

È una frase semplice ma che porta allo scoperto l’ingiustizia subita senza tanti paroloni e urla. La forza di questa frase è nel riuscire a mettere a nudo l’illogicità di fare male al prossimo solo perché si ha la libertà di farlo. Dico male?

© 2017 Paolo Bua Corona

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Vivere senza morale?

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in foto la chiesetta di san Liberale  http://www.chiesettebellunesi.it/

Seduto in un fazzoletto non coperto dalla neve, con l’odore forte dell’erba bagnata e i raggi del sole che mi accarezzano il viso, ah la natura che grande invenzione!

Sono qui seduto vicino alla chiesa di San Liberale e davanti a me si stende come in una cartolina Belluno, mi sembra di volare a una spanna dal creatore.

Mentre mi godo i raggi dardeggianti del sole qualcosa, come una nota stonata, mi turba il magico momento paradisiaco.

Poco più in là, da dove sono seduto, un pacchetto accartocciato di sigarette si pavoneggia in mezzo alla natura.

Mi rattristo, l’inciviltà umana arriva ovunque, anche perché a pochi metri, un cestino per buttare l’immondezza è lì ben visibile.

Mi alzo, prendo il pacchetto e lo getto dove doveva essere riposto e incomincio a ragionare…

Una volta, quando ero bambino, si aveva uno mistico rispetto sia sulle proprietà altrui, ma sopratutto sulla natura in generale. Era impensabile lasciare tracce del proprio passaggio, non tanto perché si credeva nel rispetto del prossimo, ma più che altro si conoscevano le conseguenze dolorose che i genitori elargivano per insegnare l’educazione a noi bambini.

Oggi, qualcosa si è rotto nella catena di trasmissione dei valori morali e sociali ai figli.

Oggi, la morale, non è più come una volta. Una parola che racchiudeva i principi universali di cosa sia bene e di cosa sia male che la famiglia, la scuola e la Chiesa insegnavano.

Oggi, si è dentro alla morale dell’individuo che decide da solo cosa è giusto e cosa è sbagliato!

Sembrerebbe una vittoria per la logica umana e invece ne è una sconfitta.

Questo per il semplice motivo che ognuno ora legittima qualsiasi suo operato in nome della morale individuale, perciò quello che una volta era sbagliato ora diventa giusto. Ma diviene giusto non per una evoluzione dell’intelligenza umana, bensì per giustificare la pigrizia nel non assumersi la responsabilità di esseri liberi.

Quindi è normale legittimare qualsiasi cosa, anzi è sacrosanto che si possa legittimare qualsiasi operato. Ma non vi sembra anche a voi che facendo così non esiste più una verità ma tante piccole mezze bugie?

Non è forse sempre stato nell’animo umano essere il dio di sé stesso? Mangiare il frutto del famoso albero della conoscenza del bene e del male?

Io credo che la vera morale imponga tutti quegli atteggiamenti che consentono di formare uomini e donne responsabili verso la libertà che abbiamo; uomini e donne che sappiano trasmettere quei valori che rappresentano il bene dell’umanità; uomini e donne che non abbiano paura della fatica che costa nel fare la cosa giusta; uomini e donne che quando finiscono un pacchetto di sigarette abbiano la decenza morale di buttarlo nel cestino e se questo non c’è di tenerselo in tasca!

© 2017 Paolo Bua Corona

Pubblicato in: fede

Cento “niente”…

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Mi capita, come scrittore, di osservare spesso i comportamenti delle persone che incontro nelle mie passeggiate o nei locali dove un prosecco non si rifiuta mai o semplicemente quando porto a spasso il cane… anche se, a dirla tutta, spesso è lui che porta a spasso me.

Ci sono tanti personaggi fantastici, se si sta ad osservare la gente in maniera attenta e spesso mi capita di osservare un comportamento molto comune tra le persone: il pretendere sempre!

Noto con dispiacere che ci sono persone (facendomi un bell’esame di coscienza pure io a volte soffro di questa malattia) che pretendono sempre qualcosa agli altri senza mai essere sfiorate dall’idea di “dovere” anche loro, ogni tanto, offrire qualcosa! Pare che non si rendano conto che chi gli sta accanto magari, un tantino, potrebbe essere stanco o che in quel momento la persona a loro vicino stia attraversando un momento difficile della sua vita…

Mi viene alla mente un detto siciliano che bene o male fa così: “cento niente hanno ucciso u’ ciucco!”

Quante volte mettiamo quel “niente” sulle spalle di chi ci sta attorno? E ci incavoliamo anche se sentiamo un rifiuto.

La cosa che fa più male è pensare che spesso carichiamo di “niente” proprio le persone che più ci stanno vicino o se vogliamo vederla a livello egoistico così si capisce meglio, le persone a noi vicine, quante volte ci scaricano addosso pesi sulla nostra povera schiena e ci dicono con muso duro “Quante storie fai non ti ho chiesto niente!”

Penso che non sia tanto il peso di quel “niente” in realtà che ci costa fatica, ma piuttosto il sentire l’indifferenza sulla fatica che si chiede di portare.

Tanti “niente” prima o poi spezzano la schiena! E sapete una cosa? Più gettiamo carichi alle persone senza mai concedere un sorriso, una parola di conforto, un momento di riposo e prima, senza che ce ne rendiamo conto, la persona si spezza. Penso che sia davvero triste accorgersi di una persona solo quando questa crolla dal peso di tutti quei “niente” ed è ancora più triste rendersene conto quando ormai è troppo tardi!

Ma cosa succederebbe se invece di pretendere che l’altro porti il peso da solo, decidessimo di portalo insieme? Cosa succederebbe per le strade se invece di infierire su chi aveva la precedenza si facesse un bell’abbraccio amichevole?

Una volta papa Benedetto XVI disse una frase che lì per lì non mi aveva detto un granché ma che oggi recito con vigore “… la cosa migliore sarebbe di prestare più attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone!

Ci lamentiamo continuamente per il peso di quei “niente” che chi ci sta attorno deve portare e non ci rendiamo conto che siamo fatti per prestare la nostra attenzione proprio al nostro prossimo, perché sono convinto che il disinteresse e l’indifferenza possono diventare macigni insopportabili. Voi che ne pensate?

© 2017 Paolo Bua Corona

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Buon Natale!

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«I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli […] chiama “il bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.» (Bonaventura, Legenda maior, XX.)

Cari lettori e care lettrici, buon Natale!

Alla fine il giorno tanto atteso è arrivato, è nato per noi il buon Gesù.

La foto che vedete è di un dipinto che c’è nella basilica di Assisi e ritrae san Francesco che contempla il presepe. Vi ho inserito anche lo scritto che descriveva proprio quel momento visto dagli occhi di un testimone.

Sì cari miei oggi potrete mettere la statuina del bambino Gesù sulla mangiatoia.

Mi auguro che ognuno di voi abbia allestito il suo presepe nelle quattro mura domestiche, per me è sempre una gioia rivivere questo evento.

Prima c’è stata la preparazione con l’accensione delle candele sulla corona d’avvento che ci hanno fatto sperimentare cosa vuol dire apprezzare la luce. Ogni candela abbiamo già visto che illumina la stanza, quattro assieme che brillano non c’è quasi bisogno di accendere le lampadine, no?

Ora si sperimenta, come veri spettatori questa nascita.

Gesù è il centro di tutta la scena, tutto quello che succede ruota attorno a Lui.

Penso che sia questo il significato del presepe, che tutte le attività che vengono svolte dall’uomo, debbano ogni giorno girare attorno a Cristo.

Allora si vedono pastori, macellai, scambia monete, mercanti, i tre re magi che ancora non sono vicino alla culla ma si stanno avvicinando, la famiglia, la stessa natura. Tutto ruota attorno a Gesù.

Questo giorno mi insegna che non ci sono lavori, malattie, preoccupazioni, fallimenti, che possono giustificare la lontananza da Dio.

Secondo me il presepe ci esorta a comprendere che tutto ciò che siamo e che abbiamo deve sempre ruotare attorno a questo bambino.

È un grandissimo insegnamento il presepe, in quanto con una sola immagina statica racchiude tutta la storia che c’è nella Bibbia.

Si tutta, anche la crocifissione e la risurrezione … anche se dovremmo aspettare i re Magi per rendercene meglio conto, infatti loro porteranno dei doni che ci faranno capire tutta la vita in un istante di questo bambino e di tutti coloro che credono ai suoi insegnamenti.

Che altro dire se non augurarvi un felice e sereno Natale, che possiate passarlo con le persone a voi care e regalarvi un po’ di tempo per contemplare questa nascita davanti al vostro presepe.

© 2016 Paolo Bua Corona

 

 

 

 

 

Pubblicato in: fede

Il bello di donarsi.

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Domani si accenderà la quarta candela della corona dell’avvento.

Cavoli, sono già passate quattro settimane, come vola il tempo!

Ci pensate, questa è l’ultima settimana e poi, se tutto va bene, dovrebbe nascere questo famoso bambino. È come quando mia cognata aspettava l’arrivo del suo primo figlioletto, nell’aria c’era una grande attesa per tutti noi, figuratevi lei cosa avrà provato!

Questo mi fa riflettere su un’attesa che provo sempre ogni settimana quando vado in chiesa. L’attesa di ricevere l’eucarestia, intendo.

Sapete cosa significa eucarestia? Vuol dire “rendimento di grazie” ed è un significato che mostra ancora una volta l’umiltà di questo uomo di nome Gesù. Eh sì, riflettiamoci un secondo, provate a pensare a tutti quei personaggi che si credono dei nella nostra società: cantanti, sportivi, politici, guru della new age e chi ne ha più ne metta.

Se ci si fa caso, di solito questo genere di persone si sentono un gradino sopra a noi persone comuni, quello che la vita gli dona è un tutto dovuto. Del resto è normale, se uno si sente come un dio può forse abbassarsi di stare con i comuni mortali?

Ecco che questo Gesù rompe gli schemi, si crede dio e allo stesso tempo però usa una politica completamente diversa. Lui ringrazia, va alla ricerca delle persone che sono sofferenti, si commuove, vuole stare in mezzo al suo pubblico ma non vuole stare sopra il palcoscenico, non è un modo strano per chi si crede un dio?

Mi pare sempre un paradosso: Gesù con la sua umanità ci fa conoscere chi è Dio.

Che ci nutre, perché da una parte il pane è l’alimento per eccellenza dall’altra è consapevolizzarsi che Dio è dentro di noi “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Giovanni 6,54). Che vuole che diventiamo una cosa sola con Lui, “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me ed io in lui” (Giovanni 6,56). Che ci unisce gli uni agli altri “Siccome il pane è uno, noi formiamo tutti insieme un solo corpo per il motivo che tutti partecipano ad un unico pane”(Prima lettera ai Corinzi 10,17).

Ogni volta che prendiamo quell’eucarestia noi viviamo questo ed è naturale provare una grandissima attesa mentre siamo in fila per ricevere questo dono di “rendimento di grazie”, non trovate?

Ci pensate che nella storia l’uomo si privava di determinate cose per fare un sacrificio a dio? Mi viene da sorridere, cosa può donare un essere umano a un dio?

Un dio può ricevere un dono solo da un suo simile, no? Ma allora l’uomo come può “ingraziarsi” la volontà di dio? Ci viene in aiuto Gesù che visto che è Dio può sacrificare sé stesso. Perciò per ringraziare e offrire qualcosa a Dio l’unica cosa che possiamo fare è unirci al sacerdote nella Messa e offrire con lui il copro e il sangue che Gesù ha sacrificato per amore. “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19)

Capite che cosa meravigliosa è l’eucarestia?

Mi pare giusto, nel nostro piccolo, prepararsi bene ogni volta che ci avviciniamo a questo dono. Sappiamo che stiamo per prendere Gesù non si può mica prendere la cosa alla leggera, non trovate?

Se la nostra coscienza non è serena esiste la confessione, pensate un po’ potete prendervi anche un appuntamento prima della messa … ‘sti preti serviranno a qualcosa no?

Per atto di rispetto sarebbe giusto almeno un ora prima di ricevere l’eucarestia non aver assunto cibi solidi… mi vien da sorridere. Per un ora di digiuno per Gesù si storce sempre il naso, ma se si va a camminare in montagna si è capaci di farsi un pasto dopo ore e ore di fatica. Ah l’uomo, che strano animale!

E poi non dimentichiamo la concentrazione che bisogna mettere per ricevere questo meraviglioso regalo. Parlare con il Signore deve essere spontaneo sia prima che dopo averlo ricevuto: è uno dei meravigliosi colloqui di amicizia che si possono avere. Ringraziate e chiedete tutto ciò che vi serve per avvicinarvi alla santità, tanto Gesù già sa, state tranquilli.

Dai che manca poco, ancora una settimana e finalmente nascerà quel bambino che ci attende ogni giorno e che si regala a noi con l’eucarestia.

© 2016 Paolo Bua Corona

Pubblicato in: fede

Aspettando l’aurora.

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Domani si accenderà la terza candela della corona dell’Avvento e la luce sarà molto più evidente.

Del resto la corona dell’Avvento serve, in modo fisico, a riscoprire il significato della luce.

Provate a tavola, quando siete tutti riuniti per la cena, a spegnere le luci. Accendete la prima candela e soffermatevi un momento. Guardatevi attorno, cercate il viso di chi vi sta vicino poi, accendete la seconda e infine la terza. Per quanto piccole insieme fanno abbastanza luce da poter capire i lineamenti di chi vi sta attorno, riconoscere cosa fra poco gusterete nel piatto con i vostri cari, creare un’atmosfera molto… natalizia.

Questa è la settimana dove stiamo aspettando l’aurora, ricordate i suoi colori inizialmente lilla per poi mescolarsi con pennellate in pesca-arancio?

È questa la scoperta di questa domenica: riscoprire la gioia di poter vedere grazie alla luce che rischiara tutto quello che ci circonda.

Mi piace immaginare che in questa settimana siamo ancora in quella fase della mattina che il sole sta incominciando a illuminare la terra. Da una parte del cielo c’è ancora la luna e dall’altra lo spettacolo dell’aurora.

Se ci pensate anche noi potremmo essere così se in questo periodo ci siamo mossi per ricercare dentro di noi quella luce che illumina con il nostro comportamento, le nostre idee, il nostro modo di fare, le persone che ci stanno intorno.

Provate a immaginare quanto potremmo dare e a sua volta ricevere, se anche noi diventiamo luce per le persone che incontriamo ogni giorno. Sarebbe fantastico!

Ecco in questa settimana il mio augurio è che il vostro essere umani si stia evolvendo per diventare figli della luce. Siamo come l’aurora, ancora la luce del sole non è apparsa ma si intravede, pian piano sta illuminando tutto ciò che la circonda.

Questo è il risultato della conversione del cuore. È la volontà di voler accettare la luce e di rimando donarla agli altri.

Se siete come me, che il massimo della luce che posso offrire è il lumino di una candela visto che ne ho ancora parecchia di strada da fare, provate a immaginare quanta luce insieme riusciremmo a fare: potremmo illuminare l’intero pianeta.

E speriamo che l’Enel leggendo questo non si arrabbi!

Ecco cosa vuol dire quella frase nel vangelo di Matteo: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

Perciò vedete, non è difficile convertirsi basta volerlo. L’importante è avere lo spirito giusto di voler cambiare, tutto qui. Nessuno può pensare che dall’oggi al domani la luce del suo cuore possa essere paragonata a quella del sole, ma guardate sempre il lato positivo: nell’oscurità totale quando si accende una candela, come avete sperimentato prima, che cosa succede?

Questo ci dona la terza domenica dell’Avvento, che possiamo sperimentare quella gioia che si riscopre quando si spezza in due l’oscurità con la luce della fede.

© 2016 Paolo Bua Corona