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La speranza è l’ultima a morire…

immigrati
RAFFAELLO GAMBOGI, Emigranti 1894), Livorno, Museo Civico G. Fattori

Così mi avevano convinto a partire i miei paesani: con la forza della speranza! Loro sapevano c’era da fare fortuna, certo con sacrifici, nulla è dovuto. Ma il prezzo non pensavo fosse così alto.

Mi ricordo ancora l’eccitazione della partenza; il mostro di metallo che ci avrebbe portato, solcando i mari, verso la nostra nuova vita; le persone ammassate come formiche che a spintoni avevano fretta di salire. Quel giorno riuscii soltanto a dare un bacio fugace alla mamma promettendole che presto sarei tornato, le sue lacrime ancora oggi le sento sulla mia pelle.

Già durante il viaggio dovevo capire che qualcosa non quadrava.

L’eccitazione della partenza dopo poche ore dall’uscita in mare aperto, aveva lasciato il posto a una strana malinconia. Di certo non aiutavano i posti che avevano riservato alla “gente” come noi. Eravamo stivati come animali tutti insieme: uomini, donne e bambini. Chi vomitava dal mal di mare, chi cercava di rubare un po’ di più spazio per sé, i bambini piangevano e le madri cercavano di rabbonirli tenendoli stretti al petto.

Io mi sforzavo di pensare al dopo, del resto quando saremmo giunti nel nuovo mondo, ci si sarebbero aperte le porte di una nuova vita… che ingenuo che ero!

Mi ricordo come ci si accalcava per un pezzo di pane, come venivamo sballottati a destra e a manca dal movimento delle onde ma in particolare una scena, un incubo che non riuscirò mai a dimenticare: quella madre con la sua bambina.

Mi ricordo che la bambina tremava come una foglia al vento. Dove eravamo stivati non esistevano dottori né tanto meno infermerie, chi stava male peggio per lui, eravamo tornati alle statistiche della selezione naturale: vigeva la legge del più forte.

Quella mamma piangeva stringendosi forte al petto la sua bambina che poi una notte smise di tremare.

Mi ricordo che mentre due uomini tenevano ferma la povera donna che con urla strazianti cercava di divincolarsi, altri due presero il corpicino senza vita e attaccata una pietra al collo, la gettarono in mare. Quel tonfo in acqua mi perseguita ancora durante le notti.

E io speravo che poi ci sarebbe stata una nuova vita, che in qualche modo, la gente del nuovo mondo, ci avrebbe accolto, accudito, aperto le porte verso la nostra nuova vita. Che ingenuo che ero!

Pensavo con i miei quattordici anni che le persone erano sempre e solo persone, chi poteva immaginare che esistevano anche tra gli uomini le razze come si danno ai cani? Chi poteva pensare che solo il mio modo di parlare era una scusante per venire catalogato inferiore? Chi poteva immaginare che uno Stato avrebbe cercato più volte di fare leggi contro altri fratelli? Eppure questo era il mio destino, questo era quello che mi avrebbe riservato la mia nuova vita!

Io c’ero quando James Schwarzenbach nel lontano 1970 fece quel referendum per allontanare la “gente” come noi, anche se non dove ora risiedevo, provocando un’ondata di razzismo… come se non bastava quella che già c’era. Mi ricordo i cortei, le manifestazioni sulle strade i volti duri delle persone che incrociavano il nostro sguardo.

Sono passati ormai troppi anni e io qui con la mia bella bombola di ossigeno che mi tiene in vita, una vita regalata nelle miniere dove sono riuscito a crearmi un posto nel mondo, dove sogno ancora con la forza della speranza che la storia non si ripeta … ero ingenuo allora e lo sono tutt’ora!

©2017 Paolo Bua Corona

Autore:

Credo che la fantasia sia uno strumento potentissimo per poter colorare la vita di tutti i giorni. Attualmente sono un copywriter, un blogger, un social media specialist, un collaboratore per alcuni giornali on line ma sopratutto sono un tizio a cui piace scrivere e provare meraviglia di tutto ciò che lo circonda, lasciando sempre spazio per un sorriso.

2 pensieri riguardo “La speranza è l’ultima a morire…

  1. Un racconto attuale che riguarda anche il nostro passato di emigranti! Come mio nonno in Belgio nelle miniere o alcuni. Paesani in Germania! Bellissimo!

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